Poeta di Compagnia

"Il buon attore dev'essere innanzitutto un uomo buono"

ALCUNE RIFLESSIONI IN OCCASIONE DELLA CONSEGNA DEL PREMIO FERSEN PER LA REGIA XI EDIZIONE

Non vorrei parlare però del mio spettacolo come forse ci si attenderebbe perché è chiaro che sarebbe come chiedere all’oste se il vino è buono. Vorrei piuttosto riflettere sulle ragioni estetiche e poetiche che ci hanno spinto a fare questo spettacolo. E vorrei farlo proprio a partire da alcune considerazioni del Maestro Fersen.

Naturalmente ci sono anche ragioni ‘politiche’ -se così posso esprimermi- a monte dello spettacolo ma su queste in questa sede non mi soffermerò.

In quel libro difficile e affascinante misterioso e criticabile che è Il teatro, dopo il Maestro sostiene che “Il teatro non è più il vero evento ma una testimonianza dell’evento”. Il Maestro prende le mosse da questa considerazione per cercare di tornare a una forza sorgiva del teatro a una situazione aurorale di un attore/sciamano che si rivolge a un insieme non di spettatori ma di partecipanti.

Prendendo le mosse da quella considerazione -e devo dire non avendo le capacità del Maestro- noi andiamo nella direzione opposta. Assumiamo cioè come un dato di fatto positivo che l’evento teatrale sia una memoria dell’evento e non l’evento stesso.

Una memoria dell’evento e quindi una rievocazione. Non a caso buona parte del mio e nostro lavoro va nella direzione del Teatro di Narrazione esplorato nelle sue diverse forme e possibilità.

È tutto già avvenuto in un tempo precedente e il nostro compito -o il compito che sentiamo nostro- è farne memoria e attraverso la memoria porre delle domande all’evento stesso nella speranza ma anche nella convinzione che non abbia mai finito di dire ciò che ha da dire -come diceva Calvino dei classici.

Eccoci quindi sulla strada. Immaginiamo il teatro come epifania dell’invisibile. Un momento cioè in cui qualcosa di ciò che è nascosto sotto l’infinita complessità della vita può mostrarsi decantato e depurato ai nostri occhi solitamente distratti.

Da qui nasce il nostro lavoro sugli archetipi nel senso junghiano del termine -archetipi mitologici psicologici culturali metafisici- e quindi l’esplorazione da una parte dei grandi testi della storia dell’Umanità e dall’altra parte della Storia quella con la S maiuscola dove ancora una volta però cerchiamo di riconoscere gli archetipi nel loro nascosto lavorio sotterraneo. Così sono nati da una parte Genesi dall’altra Gli Scavalcamontagne dall’altra ancora anzi all’incrocio tra i due Orestea-L’alba della democrazia.

Resterebbe da dire qualcosa sull’attore all’interno di questa idea di teatro.

Il teatro è scivoloso e minato ma forse possiamo dire qualcosa partendo ancora una volta dalle considerazioni del Maestro Fersen.

Il Maestro ci parla di un attore che se si limita alla conoscenza del Personaggio “offre un saggio e non teatro”. Se invece “soffre col” Personaggio allora fa teatro. Da questa considerazione il Maestro deriva la ricerca dell’Attore/Sacerdote o l’Attore/Sciamano di cui sopra riconoscendo in questa forma la nascita stessa di quell’essere che chiamiamo ‘attore’. Noi ancora una volta -forse cercando di seguire coerentemente la nostra strada- ci allontaniamo dal Maestro -anche perché non ci sentiamo in grado di ripercorrere in nessun modo la sua ricerca- e immaginiamo un attore medium che attraverso un processo insieme tecnico e psicologico artigianale e misterico cerca di mettere il suo corpo la sua voce il suo sguardo le sue emozioni e i suoi sentimenti a disposizione di un’Ombra -pirandellianamente- che possa così vivere sul palco la sua ora di gloria.

Del resto un altro Maestro del teatro del Novecento Peter Brook ci dice che il teatro “è il luogo d’incontro tra finzione e immaginazione”. Crediamo di poter interpretare queste parole proprio nel senso di luogo d’incontro tra un artigianato e qualcosa che “le parole da sole non arrivano a dire”. Da qui prende le mosse la nostra ricerca sul lavoro dell’attore che abbia i piedi nella tecnica e le mani nell’immaginario il corpo sul palco e lo spirito in contatto con l’Invisibile. Non ci siamo ancora riusciti naturalmente e forse non ci riusciremo mai ma ci pare che valga la pena di tentare se non altro per veder fin dove ci possiamo avvicinare.

Genesi nasce così e per concludere parafrasando Montale ci diremo convinti che “nessuno farebbe teatro se il problema fosse quello di farsi capire. Il problema è far capire quel quid cui le parole da sole non arrivano”.

L’ARTISTA E IL POTERE – ALCUNE RIFLESSIONI

Ci è stato dato in sorte di vivere uno di quei momenti della Storia in cui nessuno sembra in grado di capire cosa sta accadendo e tantomeno di descriverlo o spiegarlo. È stato così per esempio prima della Seconda Guerra Mondiale e forse anche prima della Prima quando i pochi intellettuali che hanno avuto sentore di ciò che si stava avvicinando sono stati condannati all’irrilevanza.

Anche oggi assistiamo allo scatenarsi di forze che nessuno controlla nella loro globalità e che interagiscono tra loro in maniera totalmente imprevedibile.

Da una parte la crisi economica creata ad arte da un potere economico senza volto e senza corpo in cui il denaro e il suo accumulo è diventato metro di misura di tutte le cose -valore delle persona successo riuscita di una vita- che sta distruggendo il tessuto sociale di tutto il mondo occidentale e dei suoi satelliti da poco entrati a far parte del ‘modello occidentale’ trionfante. Una piovra che nemmeno coloro che ne traggono i massimi vantaggi sono in grado di controllare che punta a distruggere qualsiasi forma di Stato Sociale privatizzando i Beni Culturali la Scuola la Sanità le pensioni in modo che chi ha i mezzi possa lucrare anche su tutto questo con buona pace di qualunque attenzione alle persone e alle genti -che verranno progressivamente ricacciate nella povertà.

Dall’altra parte assistiamo a una migrazione biblica di popoli senza uguale nella Storia se non forse le grandi migrazioni di Popoli da Est note come invasioni barbariche. Alla fine del processo il mondo che conosciamo non esisterà più e una nuova civiltà comincerà il suo cammino. Ma intanto come interagiscono crisi economica e migrazioni?

Accanto a tutto questo vediamo risorgere sotto altre e non così diverse bandiere una sorta di nazismo nichilista distruttivo e autodistruttivo che affermando di sognare la ripresa delle conquiste del Califfato non fa che condurre il mondo verso un altro baratro non diverso da quello conosciuto meno di settantanni fa. Una Guerra Mondiale a Pezzi è già in corso come dice il Papa ma non ne abbiamo ancora visto gli sviluppi più cruenti. Però intanto nessuno si muove per rimuovere le cause di questa guerra -l’ingiustizia innanzitutto e poi l’egoismo del capitalismo di rapina e tutti i suoi sottoprodotti etc.- e l’intreccio del fanatismo della disperazione della rabbia con le altre forze viste sopra porta a conseguenze che nessuno è in grado di calcolare.

In questo quadro qual’è il ruolo dell’artista -o dell’intellettuale?

Nell’antica Grecia -proprio quella Grecia che non casualmente cerchiamo di espellere dall’Europa- il Poeta era il poeta della Città era cioè colui che era in grado di cogliere come un rabdomante lo Spirito del Tempo e restituirlo in parole comprensibili a tutti o per lo meno interpretabili. A rischio anche di dispiacere ai maggiorenti della Città (vedasi il caso di Archiloco scacciato da Sparta ma di lì a poco la Storia gli darà ragione).

L’artista moderno e post-moderno è ancora in grado di svolgere questo ruolo? La superfetazione dell’Ego cui abbiamo assistito dal romanticismo in poi non gli impedisce forse di vedere ciò che accade al di fuori di sé? E se i grandi artisti romantici osservando ciò che accadeva dentro di loro ci hanno insegnato parole definitive su tutti noi e di conseguenza sul nostro mondo oggi la pretesa ‘Autoralità’ non ha finito con l’essere un atteggiamento fine a se stesso? Non è forse uno specchio in cui l’artista riflette se stesso senza più il minimo contatto col piano di realtà? Oppure viceversa l’artista non è diventato un impiegato dello Star System buono per tutte le stagioni perché soprattutto capace di non ‘disturbare il Manovratore’ nemmeno quando apparentemente lo contesta -anzi il Manovratore vuole essere contestato e con violenza perché tutto questo gli permette di avere maggiore visibilità e ritorno mediatico!

All’epoca di Papa Giulio II Michelangelo si scontrava col Papa stesso suo principe e datore di lavoro e nel conflitto tra la sua visione d’artista e la committenza con le sue pretese ideologiche e politiche trovava la potenza della sua espressione.

All’epoca di Giulio Ricordi editore musicale milanese e imprenditore Rossini chiuso a chiave in una stanza ‘produceva’ pagine di spartito in cambio del cibo quotidiano. Ma nell’attrito tra visione poetica e necessità pratica sono nate tutte le sue opere. Una volta diventato così famoso che nemmeno Giulio Ricordi poteva tenerlo ‘prigioniero’ non ha più scritto opere.

Insomma nessun artista è mai stato libero ma queste costrizioni lungi dall’impedirgli di esprimere compiutamente la propria visione del mondo e la propria arte lo hanno spinto a scavare e nel tentativo di evertere le regole imposte a creare!

Ma oggi è ancora così?

Oggi l’artista è assolutamente libero. Può dire e creare ciò che vuole. Nessuno scandalo lo travolgerà. Anzi lo scandaletto è perfettamente integrato nel sistema di produzione culturale e può persino produrre un certo momentaneo successo.

Oggi nell’epoca della progressiva espulsione dell’Istruzione e della Cultura dall’orizzonte sociale -la prima ottenuta con una Scuola svuotata di valori vecchi e riempita di materie per lo più inutili senza un nuovo modello definito e condiviso di Formazione Umana; la seconda con l’estensione della parola ‘cultura’ a qualsiasi cosa ma se ho dei dubbi che si possa definire cultura il cibo o il vino sono certo che non si possano definire cultura le mode metropolitane i riti e miti delle gang o crew che dir si voglia la sottocultura giovanile dell’hip-hop e simili la sottucultura dell’età di mezzo del denaro del calcio della violenza e del sesso- l’artista ha due scelte: mettere la sua capacità al servizio del modello dominante e quindi integrarsi nella Società dell’Enterteinment -gossip liti televisive e reality compresi- o ergersi a contestatore globale contro tutto e contro tutti.

In entrambi i casi è funzionale al modello dominante al Mainstream e condannato all’irrilevanza.

Può anche essere completamente fuori da questa polarità in una marginalità tutta sua che paga di tasca propria per fare e dire ciò che ritiene necessario. Nessuno lo censura nessuno lo arresta nessuno lo condanna. Semplicemente è una volta di più condannato all’irrilevanza!

Paradossalmente l’odierna assenza di censura è la peggiore censura che si possa immaginare: là dove non ci sono regole non c’è libertà e nemmeno anarchia ma solo il vuoto -che spesso conduce al nichilismo; inoltre l’ideologia dominante dice che se non hai successo è colpa tua perché il Mercato -dio mercato- è giusto e equanime. Così l’artista condannato all’irrilevanza introietta per di più il suo fallimento.

Quindi oggi che più che mai avremmo bisogno di voci nel deserto e nel buio abbiamo solo un assordante silenzio e balliamo sul ponte del Titanic mentre l’Iceberg in silenzio si avvicina.

IL TEATRO È CAMBIATO. CAMBIATE TEATRO

Basta con l’estabishment dei Teatri Stabili -che a volte sono persino commoventi nella loro resitenza ma hanno perso il passo del mondo.

Basta con l’establishment dei teatri alternativi -chiusi nel loro pop-kitch berlinese e nelle loro conventicole ancora più chiuse e rigide di quelle degli Stabili.

Basta con i teatranti “trafitti dall’ispirazione” e da quelli della “necessità artistica” -cosa volete? ognuno ha le sue trafitture.

Basta con i teatranti che fanno teatro perchè “è sempre meglio che lavorare”.

Basta con la volgarità scambiata per modernità.

Basta con “quello che vuole la gente” -che se le dessimo retta davvero alla fine vuole calcio sesso cibo gossip. Però poi si commuove davanti a uno spettacolo. Che non sapeva di volere.

Basta con artisti che contemplano il loro ombelico critici che scrivono dello spettacolo che avrebbero voluto vedere e non di quello che hanno visto attori che biascicano e non si capisce una parola assessori che con la scusa di ‘venire dalla società civile’ non sanno più niente di politica come ‘cosa che riguarda la polis’ cioè la comunità.

Il teatro è cambiato.

In nicchie e anfratti tra professionisti e amatori laboratori scolastici e compagnie marginali ci sono spettacoli che non costiuiscono (ancora) un movimento non hanno la forza di imporsi nel discorso pubblico non riescono nemmeno a farsi pubblicità ma intanto tra strafalcioni ed errori producono scheggie di bellezza (sì di bellezza parola proibita da molto tempo a questa parte ma che è tempo di recueprare! “Se la gente sapesse del suo bisogno di bellezza ci sarebbe la rivoluzione nelle strade” scrive Hillman) frammenti di senso parole inaudite che creano la tela di un nuovo discorso che nel pieno della crisi tragica e ridicola che stiamo vivendo rappresentano nuovi segnavia paracarri dove siedono angeli portici dove riposare il pensiero dandogli la possibilità di un ritmo più disteso.

Bisogna andarlo a cercare questo nuovo teatro. Non è là dove dice di essere non ha voce nel fragore contemporaneo non sa mostrarsi. Ma c’è.

Bisogna andarlo a cercare per aiutarlo ad uscire e a mostrarsi.

E allora quel teatro aiuterà noi.

Il teatro è cambiato. Cambiate teatro.

 

IL MECENATE E LA COMUNITÀ

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C’è stato un tempo -anzi a dire il vero ci sono stati diversi tempi nella Storia- in cui uomini e a volte anche donne destinavano parte del loro denaro alla produzione di opere d’arte. È stato così a Roma o nel Rinascimento e seppur in misura minore in altri momenti della Storia. Si chiamavano ‘mecenati’.

Oggi esistono gli sponsors. Ma al livello a cui ci muoviamo noi gli sponsor di fatto non esistono. Non siamo abbastanza visibili.

Per molto tempo e in molti tempi diversi è esistita anche un’idea di Comunità che il cosiddetto turbocapitalismo degli ultimi ventanni e un’idea di consumo senza limiti ha provveduto a distruggere. Coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Oggi il cosiddetto crowdfunding permette di essere mecenati e comunità nello stesso tempo e in modo nuovo.

Per questo STN-Studionovecento propone di collaborare a un progetto dal basso.

Il progetto si chiama Genesi.

Genesi è un’ermeneutica teatrale dei libri 1,11 del Libro della Genesi.

Ma perché partecipare proprio a questo progetto?

Permettetemi di fare un passo indietro.

Cos’è il teatro? Al di là di tutto ci sono alcuni elementi senza i quali il teatro non è:

uno spazio vuoto e limitato; qualcuno che in questo spazio agisce (o parla ma anche le parole a teatro sono azione -potremmo definirle ‘azione verbale’); qualcuno che intenzionalmente guarda.

Quale legame c’è tra questi tre elementi? Un legame di comunicazione ma un tipo particolare di comunicazione: una comunicazione emotiva (il teatro è emozione –diceva Meldolesi).

Questa comunicazione emotiva permette di veder comparire in scena ciò che nella vita normale e ‘reale’ non possiamo vedere. Il teatro non riproduce la realtà. Il teatro è un’epifania dell’invisibile.

Ora credo sia chiaro per tutti perché uno spettacolo su Genesi.

Genesi non racconta affatto l’inizio dell’inizio ma nel Libro della Genesi è contenuta in nuce l’intera storia dell’Umanità e le domande che da sempre l’Umanità si pone e che oggi dopo quasi un decennio di crisi tornano di prepotente attualità: la comparsa del male nel mondo; il senso della vita; la relazione con la Divinità. (Ved. Blenkinsopp “Creazione Decreazione Nuova Creazione”).

Oggi nel pieno di una crisi che solo l’insipienza e inadeguatezza dei decisori politici e l’arroganza dei manager finanziari (ieri un articolo del Corriere della Sera -!- parlava di ‘ubris’ cioè tracotanza,arroganza dei manager della grande finanza) può pensare di risolvere col ritorno alla situazione precedente -naturalmente attraverso la distruzione del welfare la compressione dei diritti l’irresponsabile sfruttamento delle risorse mondiali.

Sappiamo tutti che la crisi non finirà tornando alla situazione precedente e allora potrebbe essere utile se non necessario uno sguardo diverso.

Oggi viviamo un tempo di angoscia per il lavoro di ansia per il futuro di preoccupazione per le guerre e i rumori di guerre.

Regalare a noi stessi e alla comunità -intesa sia come la comunità di coloro che contribuiscono e contribuiranno al Progetto Genesi sia come comunità di coloro che avranno occasione di vedere lo spettacolo- è farsi e fare un regalo. Regalare un’ora in cui fermarsi nella corsa quotidiana che a volte ci sembra dissennata e avere il tempo per riflettere.

Mettere in scena Genesi vuol dire questo: alzare gli occhi e vedere la realtà in cui siamo immersi da un altro punto di vista. Poi ognuno trarrà le sue conclusioni.

Se dalla crisi usciremo solo quando qualcuno proporrà un altro modello di sviluppo noi che non abbiamo la minima idea di quale possa essere questo modello possiamo però offrire l’occasione per uno sguardo diverso.

Ecco contribuire al Progetto Genesi è contribuire a creare l’occasione per questo sguardo.

STN-Studionovecento da solo non ha le forze per farlo. Ha bisogno di tutti.

Qui trovate il racconto del lavoro http://genesinprogress.blogspot.it/?m=1

E qui il racconto di come aiutarci a produrre lo spettacolo https://www.produzionidalbasso.com/project/genesi-di-genesi/

Grazie.

GENESI DI GENESI

Stanotte trasgredisco alla regola per cui in questo blog parlo di teatro e di riflessioni sul teatro per dire che la Compagnia per cui lavoro -Studionovecento- ha ripreso le sue attività.

Abbiamo messo in produzione uno spettacolo sul libro della Genesi.

L’idea è che Genesi -in ebraico Bereshit ‘in principio’- non racconti tanto la creazione ‘ex-nihilo’ ma piuttosto contenga in nuce l’intera storia dell’umanità.

Insomma che non racconti com’è cominciato tutto ma si occupi degli uomini di ogni luogo e di ogni tempo e quindi anche di noi e di oggi.

Il punto di partenza di quest’idea viene da un libro del teologo Blenkinsopp “Creazione Decreazione Nuova Creazione” -Edizioni Dehoniane Bologna-che in una formidabile analisi -e che confesso di aver compreso solo in parte per mancanza di adeguati strumenti intellettuali- mostra come Genesi si occupi particolarmente della dialettica Ordine/Caos e come questa dialettica abbia profondamente a che fare con il probelma eterno del Bene e del Male nel mondo.

Mappa Cosmologica di jain

Mappa Cosmologica di jain

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EPIFANIE DELL’INVISIBILE

Il teatro come epifania dell’archetipo attraverso il mito – parte terza

Peer Gynt come primo uomo contemporaneo.

Ibsen è il grande padre del dramma borghese e pone con grande anticipo sui tempi temi e problemi che ancora oggi sono al centro del dibattito: la condizione femminile la politica etc.

Però in almeno un’opera prova a fare Shakespeare. Non è il suo talento e infatti l’opera è insieme affascinante e deludente geniale e fallimentare. L’opera è appunto Peer Gynt.

Riassumere la storia non è difficile. E’ lungo e forse anche un po’ inutile. Basti dire che è la storia di un giovanotto scapestrato e con poca voglia di lavorare che dopo essere stato un adolescente ‘cacciaballe’ -racconta mirabolanti avventure che gli sarebbero accadute ma tutti sanno che sono inventate di sana pianta- lascia la natia Norvegia -e la fidanzata Solveig- e parte in cerca di fortuna -o forse anche di se stesso e infatti parla spesso dell’Io Gyntiano.

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EPIFANIE DELL’INVISIBILE

Il teatro come epifania dell’archetipo attraverso il mito – parte seconda

Amleto come primo uomo moderno

La storia di Amleto è la stessa storia dell’Orestea! Un Re ucciso una moglie del Re che si sposa con l’assassino del Re stesso un figlio chiamato a vendicare il padre.

Ecco qui una piccola variante cambia il senso della storia: Oreste uccide gli assassini; Amleto fa di tutto per non farlo e quando lo fa lo fa all’interno di quella strage tutto sommato casuale che chiude l’Amleto.

Questa variante però è decisiva. Ma prima di osservarla da vicino riflettiamo un momento sulla similitudine delle due storie. Borges come sappiamo ci ha detto che le storie al mondo sono quattro. Propp più scientificamente che le storie al mondo -tutte le storie possibili- sono 32. Le hanno già raccontate tutte i Greci. Quindi non è tanto importante cosa raccontiamo ma come lo raccontiamo.

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EPIFANIE DELL’INVISIBILE

 Il teatro come epifania dell’archetipo attraverso il mito – parte prima

Quella che segue è la prima parte di un intervento che il Poeta di Compagnia ha fatto a Antropologandos 5 Organizzato dal Dott. Bianchini a Pesaro nel 2013. Seguiranno altre due parti.

 

PARTE PRIMA

Possiamo forse dire che gli archetipi sono una delle forme della nostra anima -cioè una delle forme attraverso le quali guardiamo il mondo.

Possiamo però forse anche dire che sono una delle forme della Storia -intesa almeno in senso generale.

Se infatti facciamo un passo indietro e ci alziamo in volo sopra le ragioni politiche economiche storiche sociali etc. possiamo vedere alcune ‘forme’ ripetersi nella storia umana al punto da indicarci possibili previsioni intese almeno in senso estremamente generale dello svolgersi di avvenimenti futuri.

Non solo. Gli archetipi ci mostrano anche in maniera sorgiva e aurorale alcuni avvenimenti della storia antropologica dell’uomo. Quindi non della Storia come storicamente si declina nella concretezza ma in una specie di universalità che in qualche modo richiama l’Iperuranio platonico.

Di questo cercherà di occuparsi in maniera ovviamente non esaustiva questa relazione.

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CHE SENSO HA L’ENNESIMO AMLETO?

Normalmente in questo blog stiamo provando a mettere in fila alcune riflessioni generali e in qualche modo teoriche sul teatro così come lo abbiamo scoperto o immaginato in tanti anni di attività sul campo -sia produttiva che forse soprattutto pedagogica.  In questa scelta c’è il riflesso di una certa inattualità sia del blog che in fondo di chi lo scrive.

Questa volta invece vorremmo provare a interrogarci sull’oggi. In particolare vorremmo riflettere su due domande che da qualche tempo turbano il nostro lavoro.

La prima -che è anche il punto di partenza di questa riflessione è: che senso ha oggi fare l’ennesimo Amleto (o Orestea, Peer Gynt, Sei personaggi in cerca d’autore etc.)?

Chi scrive non ha una risposta ovviamente ma riflette sul fatto che quest’anno ha ricevuto almeno sei comunicazioni di nuove o meno nuove versioni di Amleto. Alcune sono palesemente surrettizie ma alcune esprimono una reale necessità artistica da parte degli attori e dei registi che scelgono di confrontarsi con quel testo e quel personaggio. Però…. è come se ogni volta leggendo i materiali avessimo l’impressione di già visto già sentito già detto. Chissà forse è che dopo Un Amleto di Meno di Carmelo Bene ciò che la nostra cultura poteva esprimere su quel testo o attraverso quel testo è stato espresso. Leggi il seguito di questo post »

IL TEATRO È UNA CONVOCAZIONE DI OMBRE

Chi scrive non da oggi è convinto che quella del titolo sia in assoluto una delle migliori definizioni che siano mai state date del teatro.

Possiamo forse dire sulla scorta di Pirandello che i Personaggi creati dai grandi Autori sono Ombre che vivono in un loro universo parallelo al nostro dove vigono regole diverse da quelle assegnate al nostro mondo. Un universo dove il tempo non passa dove ogni Ombra nasce di una certa età con un passato assegnato che non ha mai vissuto e un futuro che non va oltre l’orizzonte della storia che è chiamata a raccontare e che ripete eternamente uguale all’infinito. Come insegna Pirandello le Ombre sono vere sebbene non siano reali -stabilendo così un’interessante distinzione tra ‘vero’ e ‘reale’ che noi troppo spesso (e nell’odierna cultura diffusa più che mai!) siamo abituati a considerare sinonimi e coincidenti. Ma non necessariamente ciò che è reale è anche vero. E di conseguenza ciò che è vero può non essere reale. Così per esempio per le produzioni dell’Immaginario (l’immaginaire  di Sartriana memoria) che sebbene non siano reali influenzano il mondo reale. Così è quindi anche dei Personaggi che noi preferiamo chiamare Ombre. Leggi il seguito di questo post »