IN MARGINE AL WORKSHOP DI MOSCA – parte terza

di Poetadicompagnia

Sabato. È il giorno dello spettacolo. Mattina. Solita trafila della chiave da mostrare per accedere alla sala della colazione. Mentre mangiamo con Stefania prepariamo il piano B. È prevista pioggia oggi a Mosca. Nei giorni scorsi abbiamo imparato che gli acquazzoni arrivano rapidissimi durano mezz’ora e se ne vanno. Allora prepariamo un programma in cui due o più spettacoli possano andare in scena in contemporanea. Dobbiamo valutare le distanze ma anche l’alternarsi delle squadre di fonici. Alla fine dopo diversi tentativi il piano B è pronto. Ma bisogna correre. Abbiamo ancora le prove della parata da fare.

Il sole splende sul parco VDNKH. Rapidamente arrivano tutti gli attori. C’è eccitazione ma anche tensione.

I tecnici mettono i palchi mobili in posizione. Raduno tutti fuori dalla confusione della base operativa e do le istruzioni che tutti hanno già ricevuto più volte ma dubito ricordino davvero. Semplifico al massimo. Il tempo incalza. Poi si prova. Le quattro scene della parate le faremo tutte da fermo nel viale d’ingresso intervallate dalle musiche e poi i palchi mobili col solo Arturo Ui sopra percorreranno il tragitto fino al palco centrale dove tutti gli attori insieme reciteranno l’ultima frase “un tempo questo mostro stava per conquistare il mondo. I popoli lo spensero. Ma voi ricordate che occorre vegliare e non dormire stare attenti e non guardare in aria… Il ventre da cui nacque è ancora fecondo”.

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È mezzogiorno quando la prova finisce. In qualche modo funziona. Non sono soddisfatto ma non c’è tempo né per ripetere né per correggere e nemmeno per decidere alternative. La Giornata del Teatro sta per iniziare e allora tutti a truccarsi e vestirsi.

Mi fermo e li guardo. Sono tutti pronti tesi concentrati entusiasti. Faranno bene. Non so come ma lo so.

Allora ripenso alla domanda sul ‘metodo’. E mi torna in mente Maigret. Alla domanda sul suo ‘metodo’ risponde regolarmente di non avere un metodo. Però si immerge nella situazione ne respira l’aria se ne lascia impregnare. Finché la logica dei fatti porta magicamente a sistemare tutto al suo posto. Io in fondo faccio lo stesso.

Ho un obbiettivo: esaltare le qualità migliori di coloro con cui lavoro e nasconderne i difetti o i limiti. E magari fargli fare un piccolo passo avanti rispetto al livello a cui sono. E ho un punto di partenza: ricominciare sempre dai fondamentali -la pre-espressività come l’ha definita Barba. Da lì poi il percorso si disegna da solo. Il mio solo sforzo è tenere gli occhi aperti le orecchie tese le antenne attive e cogliere ciò che si manifesta nel lavoro degli attori -e che a volte nemmeno sano d’averci messo o che è nascosto sotto strati di altro (mestiere trucchi abitudine cabotinage). Lancio stimoli e lavoro sulle risposte. E su un’idea di attore organico -cioè attore di corpo e voce ma anche attore creativo (anche se qui la definizione di attore organico non è esattamente quella che si usa solitamente. Diciamo che l’ho adattata alle mie caratteristiche l’ho in qualche modo manipolata -l’ho forse imbastardita)- che collabora alla creazione.

McEwan in un romanzo fa dire a un suo personaggio che il racconto è una sorta di telepatia col lettore mentre il teatro è una mediazione che impoverisce la comunicazione. Io credo sia l’esatto contrario. O meglio se il racconto può forse essere quella telepatia il teatro si arricchisce della mediazione dell’attore che spesso come un inconsapevole rabdomante permette di svelare significati di un testo che il testo da solo non mostra.

E forse quando Gordon Craig sostiene che il teatro non può essere davvero un’arte perché l’arte tende alla perfezione e all’eterno mentre il teatro per il fatto stesso che è interpretato da esseri umani non può avere quella tensione dice indubbiamente qualcosa di vero ma che si può leggere anche al contrario: l’effimero del teatro diventa la sua forza specifica la sua forza d’arte. Perché nell’effimero avviene un’epifania.

Alla fine passaggio dopo passaggio gli esercizi di training conducono a spunti di messa in scena e questi spunti a loro volta al disegno di una scena e infine scena dopo scena o parte di scena dopo parte di scena al farsi di uno spettacolo -anche breve o brevissimo- le cui parti si illuminano reciprocamente.

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Si comincia. Alle 13.00. Ma alle 13.00 c’è anche la conferenza stampa e io sono invitato. L’invito mi onora e mi mette in difficoltà nello stesso tempo. E poi devo dare il via alla Giornata! Affido a Stefania l’inizio del tutto e vado a raggiungere TV e giornalisti. Il nostro piano per cui lei avrebbe dato mezz’ora e cinque minuti a ogni set e io poi il chi è di scena rischia già di saltare. La conferenza stampa comincia in ritardo al mio turno racconto quattro cose sul senso del teatro la storia del teatro in pillole il lavoro fatto i numeri e poi mi sgancio. Arrivo al palco centrale che Tre Sorelle sta finendo. Sono le 13.30 pensavo non ci sarebbe stato nessuno e invece si è già radunata una discreta folla. Le nostre ‘babushke’ appena uscite di scena chiedono foto di gruppo con me al centro: davvero una classe di scuola media in gita. Ma l’entusiasmo è contagioso. Sono felici.

Corriamo alla location de Il Monello. Arriviamo in anticipo. Gli attori sono pronti … no sono solo vestiti e truccati ma sono stravaccati su una panchina. Una ragazza telefona. Solo un paio di loro -tra cui un’attrice più adulta- stanno preparandosi. Allora minaccio chi telefona e raduno tutti per un breve lavoro di concentrazione. Poi guido lo scioglimento dell’apparato fonatorio della narratrice. Poi do un paio di stimoli per far salire l’energia. Una discreta folla segue in silenzio la nostra preparazione. La TV ci riprende..

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Con qualche anticipo sull’orario li spedisco sul loro palco mobile. La narratrice in una cornice dorata gli altri sul palco più grande. La musica viene dagli altoparlanti del parco. Stefania è in contatto via telefono con la misteriosa cabina di controllo del parco -cui noi non solo non abbiamo accesso ma non possiamo nemmeno sapere dove si trova! (‘ragioni di sicurezza’ ci dicono) dove una stage manager russa trasmette a un tecnico l’ordine di far partire le musiche al nostro segnale. Dobbiamo stare attenti ad avere il giusto anticipo.

Lo spettacolo comincia. Tempi giusti ritmi giusti esagerazioni della farsa del muto giuste. Sono bravissimi! E la stralunata poesia di Chaplin è di nuovo lì sul palco mobile nel parco VDNKH nei nostri dieci minuti di sintesi. Grandi applausi alla fine. Mi volto. Ci saranno 300 persone!

E il tempo tiene!

Abbiamo tempo per arrivare al padiglione del primo Otello. Ma ci andiamo ugualmente di corsa -anzi Stefania in bici. Io faccio una rapida intervista per la TV del parco. E me ne vado prima che abbiano concluso! Nemmeno me ne sono accorto.

Adesso cominciano gli Otello e cominciano le serie di spettacoli ravvicinati. Si comincia a correre. Ma sta andando tutto bene…

E cominciano i guai! Ci saranno cinquecento persone in attesa ma i radiomicrofoni non funzionano. I tre tecnici si agitano ma non arrivano a una soluzione. I tempi cominciano a saltare. L’attesa si dilata. I tecnici fanno confusi e febbrili tentativi. E uno parla al telefono con qualcuno che dovrebbe risolvere il problema. Capisco. Decido che faremo la scena senza amplificazione. Gli attori si spaventano. Gli chiedo il miracolo. Vanno in scena. Il pubblico è una sorpresa. Non vola una mosca. Trattiene persino il fiato per sentire. E non se ne va nessuno. Alla fine gran successo.

Corriamo al secondo Otello. Anche qui problemi coi microfoni ma alla fine più o meno funzionano.

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Quando Otello solleva per il collo Desdemona contro una colonna il pubblico rabbrividisce. È un trucco ma funziona. E adesso la gente è sempre di più. Siamo in ritardo. Corriamo al terzo Otello. Non c’è ancora nessuno. Di nuovo guai coi microfoni. Chiedo al Narratore di andare a braccio per richiamare il pubblico. Come inizia la scena la gente si raduna. La scena funziona e Otello e Desdemona si inseguono con passione paura rabbia gelosia fino alla resa di lei.

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La parte finale del Narratore parla del teatro come luogo che ci aiuta a pensare a ciò che a noi accade e forse se Otello fosse andatoa teatro e avesse visto Otello non avrebbe ucciso. Il microfono del narratore lo molla proprio allora. Comincio a preoccuparmi sul serio per la fonica ma non c’è tempo per pensarci davvero. Ci aspetta la prima Ondine coi due fuoriclasse. Attorno alla fontana mille persone. E i microfoni non funzionano. La postazione è troppo lontana e le casse troppo deboli! Col rumore dell’acqua poi! Ecco cosa significa aver montato gli impianti nella notte. Cosa significa non averli avuti per la generale! Vedo lo straordinario lavoro dei ragazzi messo a rischio da una banda di tecnici incapaci e cialtroni armati di materiale scadentissimo. La produzione italiana contatta ripetutamente quella russa. La Direttrice di Sounds Good si impegna personalmente a cercare di risolvere il problema. Ma è tardi.

E io non lo so ma il peggio deve ancora venire.

Faccio partire la scena -il ritardo accumulato adesso è notevole. Ondine e Hans sono bravissimi e la Narratrice capace. La scena nella fontana con le grandi statue d’oro è affascinante. Non so quanto abbia sentito il pubblico ma sono tutti attenti. E le foto si sprecano!

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Corriamo alla seconda fontana. Arrivando mi rendo conto che le casse e i l’impianto ricevente sono troppo lontani. I microfoni non funzioneranno mai! In effetti è la prima cosa che mi dice Stefania. Anche il secondo set di microfoni non funziona e il disastro è completo. I ragazzi recitano lo stesso. Si sgolano ma fanno il miracolo.

La gente… la gente è meravigliosa e si sforza di aiutare i ragazzi e di ascoltare comunque. Ma c’è lo scroscio dell’acqua. Però bene o male si sente. E qualche spettatore alla fine va a protestare coi tecnici. Non con noi. Coi tecnici!

La terza Ondine dall’altra parte della stessa fontana dove il rumore dell’acqua è più forte è nelle stesse condizioni. I tecnici si agitano ma non cavano un ragno dal buco. Alla fine anche qui andiamo in scena senza microfoni. E anche qui il pubblico è meraviglioso!

Alla fine guardo l’ora. Il ritardo è abissale.

Con la produzione italiana decidiamo di spostare tutto lo spostabile sul palco centrale dove gli impianti funzionano. Cambiamo in corsa anche gli orari. Comunico a tutti i Narratori che alla fine delle loro parti conclusive devono indicare al pubblico dove sarà la prossima storia. Capiscono tutti al volo e lo fanno con grande energia!

Così vanno in scena Romeo e Giulietta con Giulietta su un’altalena appesa a venti metri d’altezza. Poi La Tragedia dei Padri e dei Figli davanti a una folla enorme. Poi il secondo Romeo e Giulietta con Giulietta appesa a una mongolfiera manovrata con incredibile abilità da Ghilad e dai suoi tecnici che riescono a dare movimento a una delle scene più sopravvalutate della storia del teatro. Poi spostamento generale del pubblico verso un altro padiglione dove vanno in scena i due Misteri Buffi -quello di Majakovskij e quello di Fo. La folla si avvicina molto agli attori anche per supplire alle bizze della fonica.

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Mi chiedo come faremo a far arretrare tutti per utilizzare le quattro panchine frontali come palcoscenici per La fame dello Zanni e la Preghiera di S. Benedetto come previsto. Raggiungo la narratrice e le suggerisco di chiedere quando riprenderà la parola al pubblico di spostarsi. Non ci credo granchè ma ho visto per tutto il giorno un pubblico educato solidale con gli attori colto e allora voglio vedere cosa succede. Non appena la Narratrice conclude il racconto del primo mistero buffo e invita il pubblico a spostarsi per il secondo succede l’incredibile. Tutti si spostano e anche chi aveva conquistato la panchina la lascia senza protestare. È il pubblico che vorremmo sempre! Da quanto non lo vedevo? Oggi persino in teatro sembra che qualche spettatore non possa sopportare che altri siano i protagonisti e disturba in ogni modo lo spettacolo!

E invece qui si spostano e il secondo Mistero Buffo va in scena accompagnato dalle risate di tutti.

Poi di nuovo spostamento generale al palco centrale dove va in scena il terzo Romeo e Giulietta con lei in cima al Padiglione 1 -quello dell’URSS- dove sembra piccolissima eppure insieme bellissima.

Ma è solo l’inizio degli spettacoli dal tetto. Non ha finito Giulietta che un’altra Narratrice ci porta nel mondo di Marco Antonio. Ed eccolo là! Antico romano sul frontone di un colonnato. Lontanissimo eppure potente. E noi siamo di colpo gli “amici, cittadini, romani” che invoca. E quando lascia volare la tunica insanguinata di Cesare da lassù un brivido percorre il pubblico. È un effetto facile certo eppure efficace. Del resto non è questo che volevamo? L’estetica delle FEKS e quindi il tentativo di riavvicinare il pubblico al grande teatro. Non è che forse ci stiamo davvero riuscendo?

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Non c’è tempo che Enrico V scatena un crescendo e forse siamo davvero noi i “felici pochi” noi che siamo lì ad ascoltarlo e a vivere questa Giornata del Teatro -noi sì felici pochi non gli gnomi della finanza che in una notte possono rovinare una nazione o scatenare una crisi finanziaria mondiale rinchiusi nelle loro tane con le loro pentole d’oro e nemmeno i nuovi vip con la loro ricchezza cafona e ostentata.

E alla fine Achab è sconvolgente come e più che in prova.

Il ritardo accumulato ci costringe ad annullare le repliche degli Otello e delle Ondine. Gli attori sono delusi. Avrebbero voluto recitare ancora e fare ancora meglio se possibile. É una specie di trance agonistica ma anche un meraviglioso e generoso desiderio di fare teatro e di ri-raccontare quelle storie.

Ma ormai c’è tempo solo per Arturo Ui.

I palchi mobili sono in posizione gli attori prendono posto attorno si raduna una folla strabocchevole. Non ho nemmeno il tempo di pensare che è stato il nostro incubo. Cominciamo. Temo non si capisca molto ma il pubblico segue. I ritmi sono confusi ogni palco va un po’ per conto suo ma i ragazzi danno tutto quello che hanno ancora dare e molti riescono davvero a mettersi in relazione allo spazio aperto al pubblico che assedia i palchi all’idea di teatro fuori dai teatri. Qualche spettatore ci dice che non si capisce niente. Non posso ribattere. Però molti ascoltano e seguono. Allora forse qualcosa arriva. Quando parte la parata tutto il pubblico la segue. E davanti al palco centrale l’ultima battuta recitata da sessanta attori insieme prende una forza singolare.

Si alza un lungo applauso. Gli attori si inchinano. I tecnici portano fuori i palchi mobili che rientreranno in scena per il “Cavallino Gobbo” di lì a poco.

É finita. La lunga giornata è arrivata al termine.

PS. Ma non è ancora finita.

Mentre mangiamo qualcosa e ci accorgiamo di quanto siamo stanchi va in scena il Cavallino Gobbo con tutta la sua meraviglia barocca di cui Monica è maestra.

Dopo il Cavallino Gobbo ci ritroviamo tutti insieme per scambiarci pensieri commenti saluti.

Le cerimonie degli addii durano molto a lungo. Nessuno ha voglia di andarsene mentre il parco si svuota e la notte si inoltra. L’onda di affetto è travolgente. Lacrime naturalmente parole doni abbracci il desiderio di rivedersi di lavorare ancora insieme.

Cosa abbiamo dato a questi attori?-mi chiedo. Forse davvero il senso del lavoro teatrale. Cosa facciamo davvero facendo teatro al di là del nostro esibirci al di là dell’interpretazione di un personaggio al di là della tecnica. Forse il senso di un percorso che è insieme ricerca -parola abusata- e servizio -parola in questo contesto un po’ inspiegabile- sacerdozio -al servizio dell’invisibile- e gioco -davvero come quello dei bambini con la sola differenza che il nostro non è autoreferenziale. E poi un metodo -torna il metodo torna! Come da una serie di esercizi di training possa nascere lo spunto per una o più scene teatrali e come per scavi successivi o per costruzioni successive -che il nostro lavoro è insieme lavoro di miniera e lavoro di muratore- si possa arrivare quasi senza accorgersene alla costruzione di scene efficaci e come il disegno di regia si dipani pian piano e altrettanto pian piano si sveli.

E poi un approccio con gli attori. Molti dicono di essere abituati al regista che dice sempre che non va bene niente. Ah quanti ne conosciamo anche noi. Se dici “non va bene” e magari ti arrabbi pure passi subito per quello che ne sa e per di più non hai mai l’onere della prova. Noi partiamo dal contrario: cerchiamo di motivare ognuno di fargli aggiungere ogni volta un pezzetto di stimolarlo. Non vuol dire che non mi arrabbio mai. Ma non mi arrabbio per qualcosa che non funziona. Mi arrabbio per qualcuno che non lavora o lo fa al minimo sindacale e magari posa pure ad artista. Per me tutto questo è normale ma tutti tutti mi testimoniano che da queste parti la norma è il contrario (e non solo da queste parti penso).

Ma quante cose ho imparato? Temo che l’elenco sarebbe lungo: dall’affinamento di un metodo per lavorare in una lingua non mia evitando fraintendimenti all’immobilità attiva dell’attore; dalla moltiplicazione dell’energia all’immediatezza della comprensione anche quando si lavora con grandi classici. E poi mille piccole cose che s’innestano su ciò che so e lo sviluppano approfondiscono definiscono.

Ringrazio tutti gli attori per tutto questo. Non mi credono. Sorrido.

E alla fine mi resta un’onda di affetto e di gratitudine che da tanti anni o forse da sempre non ricordavo. Posso finire allora dicendo che non avrei creduto alla mia età di vivere ancora un’esperienza così straordinaria.

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