DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI TEATRO (versione aggiornata)

di Poetadicompagnia

Capita spesso utilizzando un termine qualsiasi di dare per scontato li suo significato. In effetti al di là dell’inevitabile ambiguità di qualsiasi comunicazione almeno approssimativamente ci capiamo. Però se osserviamo lo stesso termine più da vicino scopriamo che ci pone domande e mostra attorno al nucleo centrale un alone indefinito e nebbioso che invita all’indagine.

Così è anche per il teatro. Quando parliamo di teatro diciamo una cosa imprecisa. Dovremmo quanto meno parlare di ‘teatri’. Il teatro di prosa e quello di narrazione; il teatro danza e il mimo; l’opera lirica e l’operetta; e poi i burattini e le marionette e il teatro di figura; e poi ancora il teatro Noh e il Kabuki l’Opera di Pechino e le altre ‘Opere’ delle diverse tradizioni cinesi e il teatro sacro indiano e il Katakali e il teatro di Bali e il Bunraku ancora in Giappone e….

Barba e Savarese però ci hanno insegnato in maniera definitiva che dietro tutte queste forme di teatro ci sono alcuni elementi che definiscono ‘pre-espressivi’ che tornano uguali in tutte le tradizioni -anzi le Tradizioni. Sulla base di queste osservazioni e di quelle di altri Maestri (p.es. Brook ‘Lo spazio vuoto’) possiamo forse provare a disegnare un contorno all’interno del quale accade ciò che con termine incerto e impreciso chiamiamo ‘teatro’.

Se analizziamo da vicino qualsiasi fenomeno teatrale scopriamo che il fondamento è uno spazio vuoto e limitato (se è vuoto può contenere qualsiasi cosa reale o immaginaria; se non è limitato -indipendentemente dalle sue dimensioni- non è teatro ma è la vita -forse); qualcuno o qualcosa che in questo spazio si muove o parla (ma possiamo considerare anche le parole un’azione a teatro: possiamo chiamarla azione verbale); qualcuno che intenzionalmente guarda. Se manca uno di questi tre elementi non è (ancora) teatro.

Così possiamo subito dire che le prove non sono ancora teatro. Possiamo dire anche che scene costumi musiche testo fabula etc. sono importanti a volte determinanti ma non sono essenziali. Se invece manca uno dei tre elementi di cui sopra non è teatro.

Possiamo a questo punto chiederci qual è il legame tra i tre elementi di cui sopra.

Appare chiaro che il legame è un legame di comunicazione. Ma quale tipo di comunicazione? Anche un insegnante a scuola, un conferenziere, un politico in un comizio etc. fanno comunicazione.

Che tipo di comunicazione è dunque quella propria del teatro?

Possiamo definirla una comunicazione emotiva. In questo ci soccorre il compianto Meldolesi che molti anni fa affermava perentoriamente e credo giustamente “Il teatro è emozione”; e Montale che nel discorso di accettazione del Nobel diede una definizione di poesia che si potrebbe credo estendere a tutta l’arte e che certamente si può estendere al teatro:” nessuno scriverebbe poesia se il problema fosse quello di farsi capire. Il problema è far capire quel quid cui le parole da sole non arrivano”.

Basta sostituire alla parola ‘poesia’ la parola ‘teatro’ e abbiamo un’ottima definizione.

Questi cinque elementi sono comuni mi pare a tutte le forme di teatro e vengono prima della poetica di ogni artista e di ogni epoca.

Aggiungerei un sesto elemento: il teatro è un’epifania dell’invisibile.

Non mi sento però di affermare che questo sesto elemento sia vero in assoluto -sebbene sia disposto a battermi a duello per sostenerne la verità. Credo però che il teatro possa mostrare ciò che nell’infinita complessità della realtà non possiamo vedere -anche perché ci siamo immersi dentro: cioè appunto l’invisibile.

L’invisibile può essere naturalmente metafisico psicologico archetipico religioso etc.. Non è questo che importa: importa che il palcoscenico può mostrarlo e spesso mostrarlo come fosse sotto una lente d’ingrandimento o un microscopio.

 

Il teatro come opera d’arte collettiva

Possiamo forse dire anche un’altra cosa. In Italia si è parlato a lungo del teatro come di una branca della letteratura. Ancora in un articolo recente Christian Rami su Europa si chiede perché gli scrittori non scrivano per il teatro. All’interno del contesto dell’articolo naturalmente la domanda è giustificata (l’articolo è qui: http://www.europaquotidiano.it/2014/03/05/cera-una-volta-lautore-vivente-la-morte-della-drammaturgia-contemporanea/). Però estrapolata dal contesto appare come la conferma di una deformazione tutta italiana. Il che non vuol dire che gli scrittori non possano scrivere per il teatro o i drammaturghi per forme diverse dal teatro ma ci riporta alla consapevolezza che scrivere per il teatro è un mestiere diverso da quello dello scrittore e da quello del poeta o del saggista o di … tutti coloro che le parole usano.

(Per chi volesse saperne di più rinvio all’audio di una lezione “Scrivere per essere detti e non per essere letti” che potete trovare qui:

http://studionovecento.com/lezioni-e-conversazioni-per-professionisti-e-appassionati/)

Il centro del discorso è che il teatro è un’arte a sé stante. Accanto alla musica alla letteratura alle arti visive alla danza c’è il teatro.

Il teatro però a differenza delle altre arti potremmo definirla con termini ancora una volta incerti e imprecisi ma che forse rendono l’idea un’arte spuria. Se le altre arti hanno un ‘oggetto proprio’ -mi si passi il termine- il teatro ruba le parole alla letteratura le scene e i costumi alle arti visive il corpo alla danza il ritmo -oltre alle musiche di scena- alla musica ma sintetizza tutti questi furti in un unicum irripetibile che è il teatro. Allora il testo è uno degli elementi che concorrono a quello che chiamiamo teatro.

Di qui può venire un’ultima considerazione. Il teatro come opera d’arte collettiva. Come nelle cattedrali gotiche è l’intera comunità cittadina che partecipa alla costruzione e ogni arte e mestiere presta la sua opera e la sua competenza nella sua arte così il teatro è il risultato del concorso di arti diverse coordinate dal regista -e qui si potrebbe aprire un lungo discorso sull’autoralità che riprenderemo magari in un altro momento.

Se ancora D’Amico nell’introduzione alla sua per molti versi straordinaria Storia del Teatro Drammatico poteva dire che “la storia del teatro è la storia del testo” oggi noi sappiamo che non è così. Il teatro non è una branca della letteratura ma vive di una sua specificità d’arte -sebbene forse effimera (cosa che spinge Gordon Craig ad affermare che il teatro non è arte).

Ma se è questo ciò di cui parliamo quando parliamo di teatro è chiaro che allora dobbiamo dotarci di strumenti diversi da quelli letterari per analizzarlo interrogarlo giudicarlo.

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